Feste e Tradizioni
GENNAIO
La Pasquetta a Santa Croce di Magliano
Originale e coinvolgente è la manifestazione di Santa Croce di Magliano del 5 gennaio: i cittadini di un paese intero, ogni anno, dalla sera e fino all’alba, riuniti in gruppi di musicanti e cantori , con un canto denominato “ Pasquetta”, portano gli auguri ad amici e parenti. Nell’esecuzione del brano musicale, ai cantori, sono affiancati musicisti di fisarmonica, di chitarra, ma anche di altri particolari strumenti musicali popolari come un piccolo Bufù portato a mano che anziché una canna presenta un cordoncino, l’acciarino fatto con tubi di metallo...
Particolare è una lunga zucca, detta anch’essa Bufù, che svuotata, soffiandoci con grande forza dentro, come ci ha spiegato e mostrato Giuseppe Licursi, emette un suono sordo che accompagna il brano musicale.
Il testo e la musica sono stati importati nel paese di R.Capriglione, negli anni venti, da un cittadino di Serracapriola tale Raffele Mercurio Corrado. La festa ha attecchito immediatamente nella popolazione locale, fino agli anni 70 quando subì una crisi, ma dal 1981, per iniziativa delle ACLI, la tradizione fu rilanciata con grande forza.
Per decisione della Pro loco, dal 2001, i gruppi tutti insieme eseguono il brano musicale in Piazza Crapsi: il “ Pasquettone”. Poi ogni gruppo gira per il paese e con suoni e canti, ad amici e a parenti, si augura un futuro migliore poiché è nato Gesù , segno di speranza per tutti : la vita si rinnova!
In questo modo si festeggia l’arrivo di un nuovo anno, non si rimpiange quello passato, ma si ringrazia il Signore della possibilità di vivere insieme agli altri un futuro migliore, con rispetto e allegria, condividendo felicità e benessere: gli amici donano al gruppo della Pasquetta del cibo consumato con gioia insieme. L’augurio di tutti e per tutti che l’anno nuovo porterà amore e abbondanza alimentare, con la speranza che insieme poi si condivideranno questi doni del cielo, ma con la certezza di avere avuto già una grande fortuna, il dono più bello che c’è: la vita.
di Marcello Pastorini
Festa di Sant'Antonio Abate
Il 17 Gennaio, la festa dedicata a Sant’Antonio Abate è sicuramente da considerare una delle più antiche che si celebrano in Italia.
Sant’Antonio Abate nacque a Coma in Egitto, da una famiglia benestante, intorno al 251 d.C. Dopo la morte dei genitori secondo l’esortazione evangelica “ se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri” distribuì i propri averi ai bisognosi e si ritirò nel deserto vivendo in preghiera, povertà e castità. Da anacoreta, vinse e respinse le tentazioni e le provocazioni del demonio,inoltre si dedicò a curare i sofferenti operando, secondo tradizione, guarigioni.
Il Santo, considerato il fondatore del monachesimo, morì ultracentenario nel 356.
Le reliquie del Santo, scoperte nel 561 furono dapprima conservate ad Alessandria, poi a Costantinopoli e , nell’XI secolo, giunsero in Francia, nel Villaggio di Motte-Saint-Didier che divenne poi Saint-Antoine di Viennos: in questo centro affluivano tanti malati che pregavano per una miracolosa guarigione, per questo fu costruito un ospedale e istituita una Confraternita di religiosi, l’Ordine degli “ Antoniani”. Agli Antoniani fu concesso di allevare maiali per uso proprio e a spese della Comunità: i maiali “ pascolavano “ per le strade della Città e ,riconosciuti da una campanellina, non venivano “ toccati” dai cittadini. Il grasso di maiale, a scopo terapeutico, veniva cosparso sul corpo dei malati di ergotismo , malattia causata da un’intossicazione alimentare legata all’azione di un fungo parassita della segale( segale cornuta) : questa patologia venne chiamata “Fuoco di Sant’Antonio”, poi con lo stesso nome venne indicata la malattia virale causata dall’Herpes zoster.
L’immagine del Santo è spesso rappresentata con due elementi : il fuoco, che secondo alcuni rappresenta il male(“ fuoco di Sant’Antonio”), e il maiale che invece è il simbolo della terapia a quel male.
Secondo altri il maiale è il simbolo del diavolo vinto dal Santo che aveva resistito alle sue tentazioni e quindi destinato a seguirlo docilmente.
La festa cade in prossimità di un particolare passaggio annuale, quando la lunghezza del dì, dopo il solstizio d’inverno, incomincia di nuovo ad aumentare visibilmente. Nell’antichità, in questo periodo, nei primi mesi dell’anno, come auspicio per un’annata agraria favorevole, si celebravano specifici riti pagani. Inoltre, in questi riti, il fuoco aveva il ruolo di purificatore: il vecchio veniva bruciato per dare spazio al nuovo!
Successivamente i simboli di questi antichi riti , probabilmente, sono stati assorbiti nelle feste cristiane celebrate nello stesso periodo e ad essi sono stati attribuiti un significato più profondo e spirituale.
Sant’Antonio Abate, per quanto scritto in precedenza, è considerato protettore dalle malattie, degli animali, ma anche degli allevatori . Per questo, la festa del Santo, in alcuni paesi, prevede la Benedizione degli animali: ancora oggi questa viene effettuata a Cicciano di Nola in Campania, ad Acquaviva Collecroce ( CB) in Molise... Inoltre, di frequente, la festa è celebrata con dei falò accesi per le strade dei paesi: quello che era un rito pagano di purificazione, la distruzione del vecchio come auspicio della rigenerazione della natura, ha assunto con i festeggiamenti dedicati a Sant’Antonio Abate un significato più profondo. Secondo alcuni il fuoco rappresenta il bruciore dell’Herpes zoster( fuoco di Sant’Antonio”) curato grazie all’intervento del Santo.
Per altri,invece, secondo una leggenda popolare, i falò corrispondono al fuoco dell’inferno, dove Sant’Antonio Abate scese per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo: con questo fuoco il Santo accese il suo bastone e di ritorno sulla terra lo donò, accedendo una catasta di legna, all’umanità, quindi è un simbolo della forza della fede capace di vincere il male assoluto.
In Molise, quest’anno( 2011), i Falò verranno accesi a Colletorto e a Montorio nei Frentani..., come da calendario, il 17 gennaio, nel giorno del festeggiamento del Santo, invece a Acquaviva Collecroce, a Guglionesi, a Frosolone ...il 16 gennaio.
Interessante è il rito di festeggiamento a Napoli ( rione di Via Foria), dove durante la processione con il simulacro del Santo, al grido “ menate, menate “, dalla finestra vengono calati gli oggetti di legno che non servono più, poi si prepara il falò detto “ cippo “ o fucarazzo.
I riti di festeggiamento del Santo in molte parte d’Italia, al pari di quello della Pasquetta, sono un’ occasione per augurare un’annata favorevole: con suoni e canti si fa visita ad amici e parenti e si cantano specifici brani popolari con cui si chiede a gran voce un dono( salsicce, vino...). Questo rito è ancora presente in Molise a Frosolone, dove, dopo l’accensione del falò , diversi gruppi girano per le case di amici eseguendo uno specifico canto.
Dai ricordi di Carlo Cicanese, molti anni fa, i ragazzi del paesino croato-molisano di Acquaviva Collecroce giravano per il paese coperti da un mantello nero( Plasctc) ed il volto dipinto con il carbone per non farsi riconoscere, si andava nelle case dei compaesani e si intonava uno specifico brano cantato nel giorno di Sant’Antonio Abate. In cambio si ricevevano in dono salsicce, dolci, fichi secchi, noci e...mandarini: era una delle occasioni in cui si poteva mangiare questi frutti: “ prima la frutta era solo quella prodotta localmente e si doveva mangiare prima sempre quella più rovinata ...”
La tradizione di girare per le campagne e da amici eseguendo un canto e ricevendo in cambio del cibo è ancora presente anche a Termoli( CB).
In tutti i casi descritti, ai cantori viene donato del cibo consumato con gioia insieme. L’augurio di tutti e per tutti che l’anno nuovo porterà abbondanza alimentare, felicità e benessere.
Quindi anche in Molise la festa di Sant’Antonio Abate è l’occasione per poter augurare un futuro sereno.
In Campania, nel napoletano, si dice” Chi festeggia Sant’Antuono, tutto l’anno o pass bbuon “
Tracce della festa dedicata a Sant’Antonio Abate vi sono anche a Larino,infatti nel centro frentano, a Gennaio si svolgeva una grande fiera dalla durata di alcuni giorni, oggi la manifestazione è ridotta al solo giorno, invece una volta era, insieme alle fiere di maggio dedicate a San Primiano e a San Pardo, tra quelle più importanti dell’area. Nel testo di Guido Vincelli, Il Monastero di San Pietro Celestino della Terra di Montorio( CB)-associazione turistica “ Pro Montorio”( 2009), secondo quanto riportato ne “ L’inventario de’ stabili e mobili del Monastero...” era comune spostarsi dai paesi vicini per recarsi all’importante fiera, infatti a pag. 59 è scritto “ speso nella Fiera di Sant’Antonio nell’Arino per una decina di Caso a carlini cinque...”( anno 1595) e a pa.62” speso in Sant’Antonio dell’Arino per una decina e mezzo di caso, et decina carnasalata...”( anno 1596)
Le fiere sono nate intorno a feste, per questo è probabile che questa figura religiosa venisse venerata anche a Larino.
Inoltre , come già detto, in seguito ad un’autorizzazione papale, agli Antoniani fu concesso di far pascolare liberamente nel paese dei maiali riconosciuti poiché portavano una campanellina...questa usanza si diffuse in molte città compresa Larino.
In città, alcuni anziani ricordano la tradizione , ormai scomparsa, de “ U perchettille de Sant’Antonie “, ovvero un maiale lasciato libero di pascolare per i caratteristici vicoli del Centro Storico.
In un’ altra pubblicazione, nella quale non è precisato l’anno di stampa, a cura dell’Associazione turistica “ Pro Montorio”, è riportato: “ Con il 17 gennaio si interrompono le sacre ricorrenze e si dà inizio al periodo carnevalesco. Fino a circa trenta anni fa si usava riportare da Larino, dove si svolgeva la Fiera di “ Sand’Anduone” un fantoccio o una persona ubriaca legata su di un somaro: “ ze repartave carnevale” che si faceva girare per il paese....In questa occasione veniva cantata una canzone di questua:
Diciasette di gennaio
Benvenuto il carnevale
Benvenuto allegramente
Per allegrare tutta la gente
Se ci date u presutte
Ci’u magname essutte essutte
Se ci date ‘na vendresche
Sand’Andonie ze renfresche...
La festa segnava , quindi, l’inizio del Carnevale...
Ai Bambini di San Polo dei Cavalieri, per far capire loro che nella vita non bisogna mai scoraggiarsi e abbattersi, ma bisogna sempre aguzzare l’ingegno per superare le difficoltà, viene raccontata la seguente filastrocca, che poi con delle modifiche si ritrova in dei canti popolari legati alla figura di Sant’Antonio Abate:
Sant’Antogno allu desertu se magnea li maccarù, lu diavulu pe dispettu, glij’sse pià lu furchettò...Sant ‘Antogno non se ‘ncagna: colle mani se li magna!”
Pillole di saggezza popolare!
Concludo con un augurio: ”cominciare l’anno in allegria i malanni scaccia via! Buon Sant’Antonio Abate a tutti voi!
Marcello Pastorini
FEBBRAIO
La festa di San Biagio
Fra qualche giorno, il 3 febbraio, viene celebrata e si rinnova la tradizionale festa di San Biagio, unica e singolare quanto la Carrese, e che vede, come quest’ultima, celebrare la santità e il cclo della vita e delle stagioni, in un concerto armonico tra uomini e animali, tra i cavalieri e i loro cavalli. Si riscoprono luoghi e antiche atmosfere di un tempo, dove lo stesso tempo veniva scandito con un ritmo diverso e dove ci si affidava a simboli, come nel caso di questa festa, che erano i simboli di sempre: la pietra, la quercia, l’acqua, il cavallo e il pane. Sono gli stessi simboli di una terra antica e sannita che sono stati mantenuti nel culto cristiano che vi ha aggiunto i propri santi e, nel nostro caso la figura leggendaria di San Biagio, come scrive, lo stesso Jacopo da Varazze, autore del famoso libro “La leggenda dei santi”. Sappiamo che Biagio fu fatto vescovo della città di Sebaste, in Cappadocia, e si ritrovò perseguitato nella grande campagna contro i cristiani ordita dall’imperatore Diocleziano. Egli si rifugiò in una grotta a far vita da Eremita ma fu scoperto e catturato in poco tempo dai romani. Ma la sua santità era oramai diffusa e risaputa tanto che persino gli uccelli, come con san Francesco, lo aiutarono a nutrirsi e parlavano con lui. Quando fu catturato dai romani Biagio, che era stato già avvertito nella grotta da una apparizione di Nazareno, seguì docilmente e quasi con gioia i soldati imperiali. Anche in carcere continua far miracoli e a dichiarare con forza la sua fede, tanto che il prefetto Agricolao, indispettito lo manda al martirio facendolo prima “scardare” e “pettinare” su tutta la pelle con l’utensile proprio dei cardatori di pecore, per poi lasciarlo morire nel più grande dolore. Da quel momento nell’iconografia cristiana è sempre rappresentato con un pettine in mano, quasi a voler offrire la possibilità di un continuo martirio. Viene raccontato che lo stesso suo sangue raccolto era miracoloso. Alla fine Agricolao, sconfitto, da quella dimostrazione estrema di fede, gli fa rotolare la testa. Così diventa il Santo con il pettine e il protettore dei cardatori. E non è un caso che, nel territorio di San Martino, il suo culto sia nato proprio su un incrocio importante di tratturi della transumanza, dove tra l’altro vi era costruita una piccola chiesa dedicata al suo culto. Già dal 1638 la visita del Vescovo Carracci testimonia la presenza di una cappella dedicata a San Biagio, così come di una cappella vicina dedicata a Santa Colomba. Il vescovo Tria stesso ci dice, a metà del settecento che “la chiesa di San Biagio, posta passato il fiume Cigno, vicino al fiume Biferno, e distante cinquanta passi, quantunque distrutta, pure sono in piedi alcune suoi muri e, nel tempo della festività di detto santo, a 2 di febbraio, dall’Università di San Martino se ne celebra la festa per nove giorni, con concorso di popolo e ciò anche per conservare la giurisdizione della fiera che anticamente vi si faceva”. Questa fiera cadeva proprio in quell’area tratturale, i cui luoghi diventavano spesso luoghi di scambio di merci e animali. In quello stesso luogo sono stati ritrovati i resti di un’antica villa romana che per dimensioni era enorme e probabilmente era un punto di raccolta e trasformazione di materie prime,a dimostrazione della strategicità di quel posto sancito dalla presenza umana, dagli scambi e dal culto nei secoli. Ma alla fine del settecento e gli inizi dell’ottocento questi pellegrinaggi plausibilmente diventano meno frequenti o scompaiono del tutto. Non conosciamo la ragione di ciò ma alcuni studiosi asseriscono che una delle ragioni fu l’imperversare di bande di briganti che rendevano quei luoghi pericolosi. È una teoria plausibile anche se non dimostrata. Del resto proprio in quegli anni, secondo ciò che scrive Massullo nella sua storia del Molise, richiamando il “Viaggio nella terra di Molise” del Longano, che proprio in quegli anni c’è una grande deforestazione, lungo le terre del Biferno, per far largo a terreni coltivabili a grano e frumenti. E non è che proprio per questa ragione, avendo perso la sua fisionomia e la sua funzione i pellegrinaggi sia siano affievoliti? Ciò che sappiamo sicuramente è che, fra la fine del diciannovesimo secolo e gli inizi del ‘900, c’è una ripresa del culto di San Biagio, forse rinnovata anche dal fatto che siano stati ritrovati, all’ombra della grande quercia, i resti dell’antica cappella dedicata a San Biagio. Alcuni raccontano che addirittura sia comparso il Santo stesso. Il fatto è che tutto questo ha portato a rinnovare il culto di San Biagio nel nostro paese, anche grazie all’azione positiva di Luca Del Pinto che “reinventò” di fatto la processione dei cavalli che avviene ogni anno proprio il 3 febbraio. Egli, insieme al proprio amico “Ciaurè” ( ) è citato come maggior animatore della festa nei bellissimi sonetti che il grande poeta e medico Domenico Sassi ha dedicato a questa festa. Il Sassi dipinge, con i suoi versi, un affresco straordinario di questa tradizione e di San Martino e ce la racconta così come effettivamente ancora oggi si svolge. I cavalli e i cavalieri, al mattino presto vengono radunati da un tamburino e quindi, quando tutti si riuniscono, vanno verso la pietra e la quercia sante, dove fanno tre giri per poi ripartire. Intanto alcuni cittadini devoti distribuiscono le pagnotte benedette, per alleviare il freddo e la fatica del pellegrinaggio. Infine si riparte e si arriva in paese recitando il rosario e con la Croce in testa tenuta saldamente nelle mani di uno dei componenti della famiglia Del Pinto. Il tamburino battente e le giaculatorie, insieme al rumore sordo degli zoccoli di centinaia di cavalli, rendono la processione profonda e coinvolgente per tutti. Vengono infine fatti altri tre giri intorno alla Chiesa Madre e poi, tutti coloro che partecipano baciano la croce di Cristo tenuta saldamente in mano, sino ad allora, da Consalvo Del Pinto. Un’altra caratteristica di questa festa è che è una specie di prologo al periodo dell’anno dedicato alla preparazione della festa di San Leo. È la prima occasione per far sgambare i cavalli dopo i rigori del freddo rigido dell’inverno. Sono finiti infatti i giorni della merla. Questi cavalli, insieme ai buoi, dovranno sempre più dare il meglio di se stessi per essere pronti il 30 aprile. È l’inizio di una prima fase, più fredda, di circa quaranta giorni, che porta agli altari dedicati a San Giuseppe e, poi, in una seconda fase più primaverile, di altri quaranta giorni circa, che porta d’un fiato fino all’emozione della Carrese. Ma questa è un’altra storia che racconteremo più in là.
Giuseppe Zio
MARZO
MARZO , TRA FALO’ E TAVOLATE DI SAN GIUSEPPE, UN MESE DI SENTITE TRADIZIONI ( di marcello pastorini-ecomuseo itinerari frentani)
In molte città del Basso Molise è ancora molto sentita la festa di San Giuseppe. La festa cade in prossimità dell’equinozio di primavera, il 21 marzo, importante cambio stagionale in grado di scacciare il freddo e buio inverno. L’inverno, morte della Natura , e la primavera, la rinascita. In questo periodo gli antichi celebravano feste dedicate al dio greco Dioniso, identificato con la divinità italica Liber Pater, che rappresentava l’energia naturale la quale , per effetto del calore e dell’umidità, portava i frutti delle piante alla piena maturità. Il 17 marzo si celebravano a Roma le Liberalia, feste dedicate al Liber pater : in queste feste si beveva vino, la popolazione banchettava per strada e donne incoronate di edera offrivano focacce di farina, olio e miele. Nelle feste primaverili, l’abbondanza alimentare, l’offerta di cibo, erano parte essenziale di riti propiziatori ed esorcistici contro la carestia , la fame e la morte. Scacciare il brutto inverno, invocare l’avvento di una nuova bella stagione ricca di frutti e di benessere. E’ d’uso in diversi paesi del Molise, come a Santa Croce di Magliano con il “ maruasce “ e a Bonefro, ma anche a San Paolo Civitate ( FG ) e altri paesi d’Italia, accendere un falò nel giorno della festa di San Giuseppe. I falò, secondo alcuni, avrebbero un collegamento con antichi riti di purificazione in cui, in questo delicato passaggio stagionale, si bruciava il “vecchio” e, quindi, rito di propiziazione per un futuro roseo. A Santa Croce di Magliano, il fuoco, intorno al quale si intona un antico canto “ il maruasce”, seppure acceso il 19 Marzo, vede come protagonista Sant’Antonio, santo che sconfigge il demonio , figura malefica per l’umanità. A tale proposito, nella sua poesia “ U Maruasce”, il sensibile poeta Raffaele Capriglione scrive:
….Jammo bona gento
Cantamo e lavidamo Sant’Antonio
Quillo che jè llu santo cchiu putento
Quillo vincio tutti li demonio…..”
Non è una novità che i riti cristiani si siano sovrapposti a quelli pagani dando ad essi significati più profondi .In molti paesi del Sud Italia c’è la tradizione delle tavole di San Giuseppe. Nel Salento, oltre al cibo offerto a tutti i visitatori, dei commensali sono invitati in una tavolata, sempre in numero dispari, dal Capo famiglia ( San Giuseppe). All’invito non ci si può rifiutare. Il banchetto ha inizio quando San Giuseppe batte un forte colpo di bastone sul pavimento. Vengono consumati pane, pesce, frutti della terra e dolci fritti. Le tavole vengono organizzate per una grazia ricevuta o come rito propiziatorio per fare in modo che San Giuseppe interceda per il compimento di un determinato evento. In alcuni paesi della Sicilia nei giorni precedenti la festa veniva praticata una questua per procurarsi il cibo da offrire poi nei banchetti in onore del Santo. San Giuseppe è anche il Patrono dei Poveri e dei derelitti, questo perché i poveri Giuseppe e Maria, in fuga, si videro rifiutati la richiesta di un riparo per il parto. Da questo, secondo alcuni, la tradizione in alcune zone d’Italia del pasto offerto ai poveri dal padrone di casa. Lo stesso poeta molisano, di Casacalenda , Giovanni Cerri, nella sua poesia “ I Tavele de San Geseppe “, ha scritto :
“ ……….E magnene i pezziente quillu juorne,
magnene pure i cane mmiezze’i vije
magnene tutte e ze rengrazie Dije,
che manne a prevedenze a povertà…..”
Secondo alcuni , il rito delle tavole di San Giuseppe potrebbe avere un collegamento con il tradizionale agape cristiano, il pasto comunitario dei primi cristiani per ricordare l’Ultima Cena.A Casacalenda, in terra frentana , in Molise, sempre ancora forte l’antica tradizione.delle “ tavele de San Geseppe” di cui ci parla il poeta Giovanni Cerri. Alcune famiglie del luogo imbandiscono delle ricche tavolate, anche con l’aiuto dei vicini e dei parenti che offrono del cibo utilizzato per questo rito tradizionale. Nel passato i poveri potevano sfamarsi a sazietà , per questo erano riconoscenti a San Giuseppe in grado di soddisfare una loro primaria esigenza. In una sala viene allestito un altare addobbato con drappi, fiori e con al centro l’immagine del Santo. Nello stesso ambiente vengono accolti gli ospiti. Il pasto prevede il consumo di tredici portate offerte con la seguente successione : 1) arance condite con zucchero e olio di oliva; 2) sottaceti (composta); 3) fagioli; 4) ceci; 5) piselli; 6) cicerchie; 7) fave; 8) granchi; 9) lumache; 10) riso; 11) baccalà gratinato; 12) verdure; 13) maccheroni con la mollica. Non mancano vino, frutta , scarpelle e caveciune. Per il fatto che la festa cade all’interno della quaresima , si spiega l’assenza della carne nelle tavole di San Giuseppe. Caratteristica la presenza della pasta con la mollica di pane riccamente condita e fritta: piatto che si ritrova, nelle tavole di San Giuseppe, in più regioni dalla Sicilia al Molise.Sempre nella poesia di Giovanni Cerri :
“ i maccherune fatt’ammegliecate
Ch’anne ècquenciate pe’ tè rejiela…..”
Alcuni cittadini , a devozione del Santo, sempre in occasione della festa di San Giuseppe, distribuiscono gratuitamente pane o pasta con la mollica a tutti i visitatori.Tradizione presente anche in altri paesi molisani, una volta, molto frequente anche a Larino.La sera della vigilia è il momento della veglia vicino ad un altarino, nel frattempo i legumi, da consumare il giorno dopo nelle “ tavele de San Geseppe “, cuociono in una grande pignatta. Dei giovani girano spostandosi per visitare i sepolcri e cantano ” I tenije”(litanie):
“ :.. verze u tarde i giune fann’ u gire
De tutte i case pe cantà i tenije
Tu siente cante e suone ‘n tutte i vije “
Il 19 due tavole , nella prima siedono un anziano, un’anziana e un bambino a rappresentare la Sacra Famiglia, nella seconda i visitatori pronunciando “ Gessemarie” hanno il diritto di poter mangiare senza chiedere e ringraziare i padroni di casa. Negli ultimi tempi anche a Larino è ritornata forte la tradizione di allestire i “ Cappelle “( altari ) per la festa di San Giuseppe . In molti paesi del Basso Molise la festa è molto sentita e in questo giorno vengono distribuiti i “ maccarune ca mejieche “e pane, organizzate tavolate e allestiti altari. Tra i paesi che si vedono molto attivi nei festeggiamenti di San Giuseppe ricordiamo, oltre a Casacalenda, San Martino in Pensilis, Guardialfiera e Montorio nei Frentani. Anche a Montorio nei Frentani, come negli altri paesi, vengono consumate 13 pietanze a base di legumi, frutta, pesce, pasta con la mollica. La pietanza “ Pezzente” è costituita da tanti legumi ( cicerchie, ceci…) mischiati: i legumi cotti separatamente in recipienti di terracotta, venivano consumati nelle tavolate. Alla fine del pasto, nel passato, venivano accolti anche i poveri ( “i pezziente”) e a loro veniva offerto del cibo, mischiando tutti i legumi: da qui il nome della pietanza chiamata “ A Pezzente”.A tavola si beve solo vino rosso contenuto all’interno di un particolare contenitore detto carrafone. Nella tavolata la Sacra famiglia è composta da una coppia di sposi con l’ultimo nato nella comunità, due anziani coniugi e altri 8 uomini. La tavolata è preceduta , il 18 marzo, da specifici riti che prevedono la distribuzione di cibo, preghiere e canti devozionali.A Guardialfiera San Giuseppe, generalmente, viene festeggiato la Domenica più vicina al 19 Marzo.Quindi in questa piccola parte d’Italia, un’occasione di vivere una tradizione millenaria e di essere accolti nelle tavole di San Giuseppe dall’usuale e grande ospitalità dei molisani, brava gente e accogliente tutto l’anno.
Di Marcello Pastorini
APRILE
Tra fuochi e buoi, la festa della Madonna Incoronata.
Si avvicina l’ultimo sabato d’Aprile che quest’anno cade il 25 Aprile. In questo giorno, in diverse zone del Molise è tradizione festeggiare la Madonna Incoronata. La statua della Madonna è custodita in molte chiese molisane. La Madonna è rappresentata seduta su una quercia, al suo fianco sono presenti due Angeli, in testa porta una corona . Ai piedi della quercia è rappresentato un Pastore con due buoi.
Nella sua poesia “ U Luteme Sabbate D’Abbrile “ Raffaele Capriglione così descrive la Statua:
“…Dend’ a Chiese llumenate
Ncoppe a cerquele ssettate
Sta a Madonne e pare ntrone
E te ncape tre cherone
Te de quarte n’angellille
Scenn aperte e peccerille
Che reghegne u sicchitielle
Scarciacappe e i vuvarielle ….”
La statua sintetizza l’episodio della apparizione della Madonna Incoronata, avvenuta nel 1001, in un bosco nei pressi del Torrente Cervaro vicino Foggia. In quel giorno, un nobile di Ariano era a caccia nel bosco di querce, all’improvviso una luce intensa catturò la sua attenzione, si avvicinò e, su uno degli alberi, apparve seduta la Madonna Incoronata. Quasi simultaneamente arrivò sul luogo dell’apparizione un Pastore , Strazzacappa. Il Pastore versò il contenuto del corno,dove i pastori transumanti conservavano e trasportavano l’olio d’oliva, in una lampada che accese e appese alla quercia. La leggenda narra che quell’olio arse per anni; secondo un’altra versione, invece, degli Angeli continuamente rifondevano la lampada con altro olio.
Per volontà del Nobile di Ariano, nel luogo dell’apparizione, fu costruito il Santuario dell’Incoronata che ancora oggi è meta di molti pellegrini. Il culto della Madonna Incoronata si è diffuso rapidamente in Puglia , Molise e Abruzzo, forse, grazie al periodico spostarsi dei pastori transumanti frequentatori del Santuario dell’Incoronata. I tratturi sono vie sulle quali i pastori hanno trasportato le greggi e le mandrie , ma che hanno anche ricoperto un ruolo nella diffusione di culti. I tratturi, quindi, sono state anche delle “vie sacre” utilizzate dai pellegrini per raggiungere i Santuari.
In particolare i tratturi tagliavano la Via Sacra Langobardorum, quindi non era difficile per i pastori l’incontro con i pellegrini, provenienti dall’Italia e dall’estero, che si recavano al Santuario di San Michele Arcangelo di Monte Sant’Angelo. I pastori quindi hanno probabilmente ricoperto un ruolo importante nella diffusione del culto di San Michele Arcangelo in tutta l’area tra la Puglia e l’Abruzzo e successivamente il culto di altri Santi come San Leonardo… e della Madonna Incoronata.
A Santa Croce di Magliano, nella festa della Madonna Incoronata, “ U luteme Sabbate D’Abbrile”, si ha la tradizionale benedizione degli animali. Accompagnati dagli allevatori, Vacche, Buoi, capre, pecore, cavalli… prima compiono tre giri intorno la chiesa di San Giacomo e poi vengono benedetti. Gli animali sono per l’occasione “ vestiti a festa “ con fiori, fiocchi…
Dalla Poesia di Capriglione :
“…Tutti i ciucce, i cavallucce
Vaccarelle e vitellucce
Tutti i vuove ngiurgellate
Chi campane strate strate
I mulette, i crape e i zurre
Vann’ e suone de tammurre
Tutte nnuocche e nnucchetelle
Tutte hiure e zacarelle
Mponte i corne e mbacce i recchie
Pi grignere e pi curnecchie…”
Nella manifestazione, alcuni mandriani a cavallo portano a tracolla la tradizionale e ottima Treccia di Santa Croce di Magliano, un formaggio di latte vaccino unico per la bellezza e eccezionale per il sapore. Nel rito vi è la presenza di“ Scarciacappe”, una deformazione del nome del pastore Strazzacappe della storia che narra l’apparizione della Madonna.
A Larino nella festa della Madonna Incoronata, la sera, si accendono dei falò per le vie della città . Nel passato intorno al fuoco si pregava e si cantavano canti devozionali. Nel canto devozionale si fa riferimento a diverse parti del corpo della Madonna e si alterna ogni frase con un ritornello:
“Che belle u pede che te la Madonna
Regina del Mondo l’avimma chiamà
L’avimma chiamà con tanta alleria………..”
Rit. : Evviva e Marie, evviva e Gesù Madonne encuerenata e iutece tu.
Altri canti devozionali dedicati ad altre figure religiose nei paesi vicini prevedono di passare in rassegna le diverse parti del corpo dei Santi, come nel caso del canto devozionale di San Giuseppe di Montorio nei Frentani: con questo canto, quello di Larino della Madonna Incoronata condivide anche la melodia del ritornello.
Il festeggiamento della Madonna Incoronata con i fuochi è tipico di Larino.
I fuochi di Larino, forse, sono la rappresentazione della luce che attraversò la selva prima dell’apparizione della Madonna al Nobile di Ariano e di quella della lampada del pastore Strazzacappa.
Nel Basso Molise la Madonna Incoronata è festeggiata anche a Tavenna.
Il legame della festa con la pastorizia è evidente anche a Duronia. In questo paese, i pastori, l’ultimo sabato d’Aprile, come segno di una loro profonda devozione alla Madonna, si recano in chiesa per portare latte e formaggio che poi vengono distribuiti a tutta la popolazione.
Inoltre non è casuale che la festa si svolge in molti paesi alla fine di Aprile e in alcuni altri come a Pescasseroli in Abruzzo e a Macchia Valfortore ( la fiera dell’Incoronata) i festeggiamenti ricorrono a Settembre : i due periodi rappresentano il ritorno primaverile in Montagna e la partenza autunnale verso le pianure pugliesi dei pastori transumanti.
I pastori transumanti più devoti, alla vigilia della partenza, a Settembre, si recavano in chiesa per chiedere protezione per il lungo viaggio che li aspettava e per il periodo in cui sarebbero stati lontano dai loro cari; inoltre prima del viaggio del ritorno( Aprile-Maggio), effettuavano il pellegrinaggio di ringraziamento a San Michele Arcangelo del Gargano e al Santuario della Madonna Incoronata.
Con l’arrivo della primavera, quindi, la natura si sveglia, i campi si riempiono dei colori dei fiori, gli alberi riacquistano le proprie foglie..; dai pastori transumanti questi segnali venivano accolti con gioia: significavano il ritorno nella propria Terra e dalla propria famiglia, ma prima di partire si sentivano in obbligo di ringraziare la Madonna Incoronata.
Nel Basso Molise, alla fine d’aprile, un’occasione per immergersi in feste legate ai pastori e alla transumanza : tra fuochi e… buoi, la festa della Madonna Incoronata.
di Marcello Pastorini
MAGGIO
LA FESTA DEL MAJA
Finalmente Primavera!! Il caldo di questi giorni, grazie anche alle abbondanti piogge di aprile, ha provocato lo sbocciare nelle nostre campagne di papaveri, ginestre, sulle, orchidee selvatiche e tanti altri fiori.
Gli antichi festeggiavano le Floralia con una serie di riti dedicati alla dea Flora, dea dei fiori e della Primavera, celebrati in questo delicato passaggio stagionale di rinascita della natura.
In alcune località molisane ancora oggi viene celebrato il ritorno della Primavera, a Fossalto(CB) con la Pagliara e ad Acquaviva Collecroci( CB) con la festa del Maja.
Certo, è difficile affermare con certezza che ci sia un collegamento, un’ omologia, con i riti riferiti alle divinità pagane, tuttavia è evidente il legame di queste feste alla nostra cultura agro-pastorale, legata al ciclo della natura: il ritorno della bella stagione , per chi vive dei frutti della terra, veniva accolto con gioia con riti propiziatori di un buon raccolto e di abbondanza alimentare.
In entrambi i paesi, un cono ricoperto di fiori, da un uomo presente al suo interno, è portato per le vie del paese e viene accompagnato dai cittadini che intonano inni alla Primavera.
Il Professore Giovanni Piccoli, di Acquaviva Collecroci, è uno degli artefici del recupero di questa festa che rischiava di scomparire, ma grazie al suo impegno, da trenta anni, nel piccolo centro “ croato”, il Maja si celebra con regolarità.
Il Maja, con un peso di circa 60 Kg, ha uno scheletro interno costituito da rami di salici e altre piante sui quali vengono disposti i fiori: fiori di ginestre, di sulla,di biancospino, orchidee selvatiche, ma anche spighe di cereali, rami con piccoli frutti di mandorle, peri selvatici, baccelli di fave , asparagi selvatici, carciofi etc.
Il Maje viene accompagnato per le vie del paese da musici che eseguono canti tradizionali e in particolare quello del Maje:
„Ko je reka Maja ša dokj
Iskod vana ka ga vidiš prokj
(Chi ha detto che maggio non sarebbe venuto?
Esci fuori che lo vedi passare.)
Lipe spodare naše , hitite nami štokodi,
mi jesmo čeliade vaše ( rit.)
(Bei signori nostri,
gettateci qualcosa!
Noi siamo gente vostra.)
.......................................................
.......................................................”
Il cono di fiori si sposta per le vie del paese ed effettua soste nei pressi di abitazioni private: le famiglie accolgono il maja con gioia e offrono ai cittadini dolci caratteristici come i “cepellate”, pane con frittata di asparagi, formaggio e naturalmente vino.
Quest’anno è stato molto emozionante quando un giovane e bravo cantore di Acquaviva, Walter , e “ zia Assunta”, anziana di quasi novant’anni, accompagnati dall’organetto di Tonino e dai Guje di Guglionesi, , hanno eseguito insieme diversi brani popolari in lingua croata: un segno di speranza, la tradizione che continua, tramandata dagli anziani alle nuove generazioni. Altro segno che riporta fiducia è la rinascita in questo grazioso paese molisano della Pro loco guidata da giovani volenterosi:la meravigliosa festa del Maja è stata realizzata anche grazie al loro intenso impegno.
Ad Acquaviva Collecroci oltre ai canti viene eseguita una particolare danza “ La spallata” nella quale i ballerini, durante la spettacolare esecuzione, si colpiscono con le anche.
Resta da svelare se il rito di festeggiare “Maje” sia una tradizione importata dall’altra sponda dell’Adriatico da dove, nel Cinquecento, i croati , da profughi, sono arrivati sulle coste molisane.
Va ricordato, tuttavia, che con un rito molto simile a Fossalto , sempre il primo maggio, viene festeggiato l’arrivo della Primavera con “la Pagliara”
Inoltre nel Basso Molise, tra la fine d’aprile e per tutto maggio, vengono celebrate altre feste in cui compaiono i simboli legati alla nostra cultura agro-pastorale e i riferimenti al passaggio stagionale: carri agricoli addobbati da fiori, trainati da buoi, sui quali sono disposti rami d’olivo “ca tecchie” ( con l’infiorescenza) sui quali sono appesi prodotti caseari, nastri .
Nella festa di San Pardo, a Larino, viene cantata la laudata in onore del Santo Patrono, in questo antico canto devozionale non mancano espliciti riferimenti al passaggio stagionale e il nostro legame con i frutti della Terra ( di seguito alcuni frammenti della Laudata) :
“.................................................
.................................................
I voglie candà tutte stu maje.......
.......................................................
.............................................................
A primmavera si complisce il mondo
E sopre l’arbre nude spunna a fronna.
De hiure ze reveste a cambagne,
e l’aucielle d’amore gran festa fanne.........
..................................................................
..................................................................
....“Mo’ che u hiore cade e spunde u frutte....
......................................................................”
La presenza di elementi comuni sia nel maja che nelle carresi è certamente legata alla nostra cultura agricola e pastorale:le due feste condividono l’ambiente in cui indipendentemente sono nate, affondano le radici nello stesso humus.
Tuttavia, nel testo di Antonio Perrotta “ Poesie e canti popolari, raccolti a Bonefro” è riportato un brano dal titolo “ Chenzune du Maie “in cui si fa esplicito riferimento all’arrivo in paese di un cono addobbato da fiori e primizie di maggio.
Secondo l’autore, poco dopo la metà dell’Ottocento, “venne in paese un Pagliaio di forma conica e molto allungato, ricoperto, tutto intorno, di fiori e di primizie di maggio, con in cima tre rametti di ginestra .........D’onde veniva il maie nessuno era certo, chi diceva da Larino, chi da Montorio nei Frentani, chi da altri paesi del Molise........il certo è che al paese giunse quella volta ai primi di maggio”
Di seguito riporto alcune strofe del canto, che all’origine veniva accompagnato da una chitarra battente, riportato nel testo di Antonio Perrotta :
“ Chi l’ha ditte che Maie n’è menute ?
Scite qua ffore lu vedete vestute!
( ritornello che si presenta molto simile alla prima frase del testo in croato Maja))
.................................................................
Maie mi è mmenute de la uerenze(n.d.a.:guarenza : la contrada di Larino?)
L’oreie spiche e llu rane cumenze
rit.
Maie mi è mmenute de Mendoreie
Purtame nu bbon ggiorne e ddo Llebboreie
.................................................................
.................................................................
rit
Quanne la petrone ggire pe lla case,
mo me la tolle la pezze de casce
........................................................”
E’ probabile che il maja, da Acquaviva Collecroci, o da altri centri, girasse anche per altri paesi del vecchio circondario di Larino, questo potrebbe trovare conferma dall’ultima strofa del canto in croato del Maja:
Maja je još di su te (i)z Larina,
otvorita bačve, točita vina!
(Maggio è ancora da quelli di Larino,
aprite le botti, spillate il vino!)
A parte i misteri da chiarire, una cosa è certa, il Molise deve essere grato alle genti di Acquaviva Collecroci per aver conservato questa meravigliosa festa, che rappresenta una vera ricchezza per tutta la regione, che andrebbe, senza snaturarla facendone perdere la genuinità, valorizzata e promossa a fini turistici.
Partecipare al rito del Maja è stata un’esperienza indimenticabile, ho provato profonde emozioni, da oggi ho la primavera nel cuore.
Pastorini Marcello( Presidente dell’Ecomuseo Itinerari Frentani www.itinerarifrentani.it )
LE CARRESI
Dalla fine di Aprile a metà giugno, nel Basso Molise, nell’area che nel passato era compresa nella Diocesi di Larino, si svolgono delle spettacolari e coinvolgenti manifestazioni : Le carresi.Il primo appuntamento è a Chieuti, paese della Capitanata, in cui la carrese è dedicata a San Giorgio.Poi è la volta di San Martino in Pensilis, in cui il 30 Aprile si svolge, in un percorso di ben 9 chilometri, la tradizionale corsa dei carri trainati dai buoi. La festa ricorda il ritrovamento, tra il XII e il XIII secolo, in Contrada Ramitelli, del corpo di San Leo da parte da alcuni nobili dell’area. Su suggerimento del Vescovo di Larino, per l’assegnazione del corpo del Santo, le reliquie furono messe su un carro trainato da buoi. Dopo un primo momento di indecisione i buoi iniziarono a correre verso San Martino in Pensilis. Le reliquie arrivate in paese furono accolte con gioia ed esultanza. Le reliquie furono assegnate dal Vescovo di Larino al nobile di San Martino in Pensilis e da allora San Leo è il patrono del paese. La parte iniziale del percorso della corsa segue il vecchio tratturo, i carri, circondati da abili cavalieri e trainati da velocissimi buoi, si spostano verso il paese. A metà percorso il cambio dei buoi con altri più freschi : momento emozionante e delicato, ogni piccolo errore può costare fatale e il carro avversario è pronto ad approfittarsene. Sarà proclamato vincitore il carro che per prima raggiungerà l’arco che conduce al piazzale antistante la chiesa di S Pietro Apostolo, dove sono custodite le reliquie di San Leo. Una volta i carri concorrenti erano di proprietà di famiglie benestanti del paese. Oggi la corsa è una sfida tra carri di tre “partiti” : Giovani, giovanotti e giovanissimi. Il carro vincitore, addobbato di fiori, avrà l’onore di portare le reliquie del Santo in processione il 2 Maggio. La corsa è preceduta e seguita da antichi riti carichi di emozioni e caratterizzati da una profonda spiritualità in cui chiaramente emerge la profonda devozione dei Sammartinesi per il loro Santo Patrono.Il 3 maggio, a Ururi, un’ altra corsa avvincente di carri trainati da buoi che si sfidano per avere l’onore di portare in processione la sacra reliquia del “Legno della Croce”. Anche ad Ururi, come a San Martino in Pensilis, una folla di gente , divisa nei diversi “ partiti”, ad accogliere i carri in paese: alle scena di gioia dei tifosi del carro vincitore,la profonda delusione e tristezza sul volto di chi invece ha perso. Il 25, 26 e 27 maggio a Larino si festeggia la festa del Santo Patrono : San Pardo. Come affermato dallo storico Giuseppe Mammarella, la figura storica di San Pardo è da collegare al Vescovo di Salpi( L’attuale Trinitapoli) che partecipò nel 314 d.C al Concilio di Arles contro i Donatisti. Oltre cento carri, trainati da buoi, addobbati da meravigliosi fiori di carta preparati dalle donne di Larino, sfilano per le vie della Città. I cortei, secondo la tradizione religiosa, ricordano la traslazione delle reliquie del Santo da Lucera a Larino avvenuta nel 842 d.C. Fino alla prima parte dell’Ottocento veniva svolto un solo corteo processionale, quello del 26, che risale a tempi immemorabili, invece i cortei del 25 e 27 sono stati introdotti nel 1872. Precedentemente il corteo del 26, il 25 maggio, era invece preceduto da una corsa dei buoi. Nel Settecento Monsignor Tria nei suoi scritti parla solo della corsa dei buoi di Larino e di S. Martino in Pensilis, probabilmente quelle di Ururi , Portocannone e Chieuti, forse, sono di origine più recente. A Larino la corsa del 25 è stata soppressa intorno alla metà dell’Ottocento per decisione del Vescovo della città in seguito a un grave incidente verificatesi nello svolgimento della gara. Quindi anche la festa di Larino in origine comprendeva una corsa di buoi. Il carro vincitore riceveva il palio.Il 2 Giugno la corsa dei carri trainati da buoi, dedicata alla Madonna di Costantinopoli, a Portocannone. Anche qui tre carri di tre “partiti” diversi si contendono la vittoria: la corsa si presenta avvincente, spettacolare ed emozionante. In un percorso di circa 4 chilometri, vince il carro che per primo arriva al portale di borgo San Costantinopoli, in prossimità della chiesa dei SS Pietro e Paolo. Il carro vincitore porterà in processione il quadro della Madonna di Costantinopoli. A Giugno , altre processioni con carri addobbati con fiori e trainati da buoi : il 13 Giugno, in occasione della festa di Sant’Antonio da Padova, a Santa Croce di Magliano e a Montecilfone.Corse di buoi , in Italia, sono svolte anche nel Nord : Ad Asigliano Vercellese e a Caresana. Anche in queste Città il carro vincitore ha diritto ad un premio: il carro vincente, a Larino, riceveva un premio. Nei paesi molisani e a Chieuti ( FG), dove ancora è in uso la tradizionale corsa dei buoi, i vincitori hanno il diritto di trasportare, durante la processione, la statua del Santo , il quadro della Madonna e il frammento della sacra reliquia del “ Legno della Croce”.Cosa hanno in comune Larino, S. Martino in Pensilis,Chieuti, Portocannone , Ururi, Santa Croce di Magliano e i due paesi in provincia di Vercelli? La risposta è semplice : una cultura agricola –pastorale. Le tradizionali carresi, di San Leo a San Martino in Pensilis, di San Pardo a Larino, della Madonna di Costantinopoli a Portocannone, del Legno della Croce a Ururi, di Sant’Antonio da Padova a Santa Croce di Magliano e Montecilfone di San Giorgio a Chieuti…sono delle feste che oltre a evidenziare una profonda devozione degli abitanti del luogo per le figure religiose protagoniste nella manifestazione, rappresentano una celebrazione del territorio e un chiaro simbolo dell’appartenenza dei cittadini ad una millenaria cultura agro-pastorale legata in modo stretto al periodico ciclo della Natura. Nelle carresi compaiono : i buoi, l’olivo, i prodotti caseari, il carro agricolo e i fiori a simboleggiare il risveglio della Terra. Nelle carresi la presenza di antichi canti devozionali quali la carregna di Santa Croce di Magliano e le Laudate di San Pardo e di San Leo rispettivamente di Larino e di San Martino in Pensilis. Tutti i canti esprimono una profonda devozione dei cittadini ai Santi Patroni, ma nelle laudate di San Leo e di San Pardo riferimenti al risveglio della Natura : “ Quanne de Hiure ze reveste la cambagne ….”, la bella stagione accolta con gioia da chi vive del raccolto della Terra…. Di seguito alcuni frammenti delle laudate di San Pardo e di San Leo:
“ ……..co Sande Parde, nostro protettore
Nuj laudamme Die , nostro Signore.
A primavera si complisce il mondo
E sopre l’arbre nude spunne a fronna
De hiure ze reveste a campagne
E l’aucielle d’amore gran festa fanne……
………………………………………..
E Sando Pardo vuole il suo onore,
tocca carriero mio, ‘ssu carre d’amore.”
( laudata di San Pardo )
« A Ppremavére ce rennove’ u monne,
De sciure ce revèste la cambagne;
L’arbere ce recrop’ a stessa fronne,
L’avecièlle tra lor gran festa fanne!
……………………………………
Ddi ce ne scambe de tembèst e llampe;
E nuie Lu pregame ndenucchiune
Scambece da tembèst e terramute ;
……………………………………
Tocca, carrier’ e ttocche ‘ssu temone
Tocca lu carre de Sande Lione !”
( laudata di San Leo )
Ma perché queste feste si svolgono tutte tra la fine di Aprile e Maggio ? In questo periodo avveniva lo spostamento degli animali che dalle pianure tornavano in montagna solcando insieme ai pastori e mandriani i tratturi , nel tempo in cui la Natura esplode con tutta la sua forza e i campi si riempiono di mille colori…. In alcuni paesi, dai pastori, gli animali all’inizio della transumanza , quando si riportavano greggi e mandrie in montagna, o in riti che prevedono la Benedizione delle bestie, venivano inghirlandati e addobbati : un modo per festeggiare il ritorno della primavera, rito propiziatorio per una buona stagione…..A questo si aggiunge l’innata voglia di gareggiare degli uomini, di misurarsi con il vicino di casa, il rivale del paese…… per evidenziare la supremazia delle proprie “macchine dei campi”, e dimostrare a tutti di essere un bravo cavallerizzo o di avere dei buoi eccezionali. A Scanno , in Abruzzo, e a Laino Borgo, in Calabria, vengono effettuati processioni in cui sono coinvolti animali di allevamento che trasportano tronchi di albero o carri. A Scanno il13 Giugno, nella festa di Sant’Antonio, la tradizionale “ processione delle travi “; la manifestazione è “la festa del ritorno dalla transumanza” dopo la fiera di Foggia . Un proverbio del paese, riferendosi ai pastori della transumanza, dice “ se per Sant’Antonio non è rivenuto o s’è morte o s’è sperdute “.Nella festa, Pastori, agricoltori o altri lavoratori non misurano la propria forza con una corsa ma con il mostrare le proprie risorse nella capacità di offrire legna al Convento dei Francescani del paese. Nel corteo, si alternano Equini dei diversi proprietari che discendono dalla montagna con carichi di legna, buoi aggiogati che , inghirlandati, trascinano grossi tronchi e signore che trasportano cesti addobbati con fiori e nastri e pieni di “ pagnottelle”. Dopo la benedizione la legna è donata al Convento e le pagnottelle vengono distribuite a tutta la popolazione.A Laino Borgo, nella festa di Sant’Antonio, grossi tronchi( “ntinne”) di faggio e quercia vengono trascinati a valle, nel paese, in processione, da buoi aggiogati( “paricchi”) e inghirlandati . Secondo alcuni le “ntinne” ricordano le offerte di faggi e querce dei greci agli dei….Anche in Svizzera , nel Canton Uri, in occasione dello spostamento degli animali, dalla pianura all’alpeggio, a Maggio, una sorta di “Transumanza in verticale”, gli animali vengono ornati con coccarde e fiori. A Larino , il 26 e 27 , sul carro, anche un ramo di olivo in fiore con appesi prodotti caseari : rito propiziatorio per un buon raccolto e abbondanza alimentare.Le carresi sono quindi feste religiose che si sono inserite in modo armonioso in riti precristiani, che sono stati inglobati, in una sintesi meravigliosa e completa, in un’unica cerimonia che si presenta affascinante e molto emozionante. Nella cerimonia emerge la forte devozione degli abitanti per le figure religiose protagoniste nella manifestazione e un forte attaccamento alla loro cultura agro-pastorale, con riti legati al ciclo della Natura.Il legame delle carresi con la nostra cultura Agro-pastorale è evidente nella festa della Madonna della Ricotta di Pietracatella ( CB ). I festeggiamenti iniziano la Domenica che precede la Pentecoste quando la Madonna di Costantinopoli o “ Madonna della ricotta” viene collocata su una portantina ornata di fiori . La domenica di Pentecoste la statua è posta sulla “ castellana “ un trono addobbato da drappi. Il giorno dopo i pastori offrono il latte con cui produrre il formaggio e la ricotta, prodotti distribuiti poi a tutto il paese. Una volta il latte era offerto dai pastori che portavano le loro pecore all’addiaccio sulle “terre della Madonna”. Il martedì la processione con piccoli carretti, sui quali prendono posto i bambini, addobbati con fiori e coperte e trainati da montoni .In Molise non mancano altre occasioni di immergersi in feste in cui forte emerge il nostro attaccamento alla nostra cultura agro-pastorale ( ad esempio le “Traglie” di Ielsi e Lupara), tradizioni che da millenni si tramandano di generazione in generazione e che andrebbero valorizzate, promosse a livello nazionale e internazionale . Queste feste, espressione della nostra identità culturale, potrebbero contribuire a definire un volto unico e riconoscibile della nostra Terra e quindi fungere da veicoli promozionali di un territorio ricco di storia, arte, natura e sapori.
di Marcello Pastorini
GIUGNO
La festa di Sant’Antonio da Padova a Santa Croce di Magliano
I festeggiamenti di Sant’Antonio da Padova iniziano a Santa Croce di Magliano il 31 maggio con la “ tredicina”: in chiesa viene esposto il simulacro del Santo e ogni sera, per tredici giorni, i fedeli si riuniscono in preghiera e assistono alla celebrazione della Messa. Nello stesso tempo fanno la comparsa i carri addobbati con fiori e stoffe colorate: quelli trainati a mano dai bambini che chiedono , per il paese, un’offerta per l’organizzazione della festa. Tradizionalmente, i “carri grandi”, rivestiti da stoffe colorate e fiori, ma anche spighe di grano, portano nella parte anteriore, l’immagine del santo e cesti di Pane Benedetto, e, nei giorni della “tredicina”, si recano, trainati da vacche, nelle campagne per effettuare la questua: conigli, formaggi locali ( pecorino, caciocavalli), polli, maiali, vino, olio extravergine vengono offerti dai contadini e poi messi all’asta il 13 giugno; il ricavato dell’asta viene utilizzato per il pagamento delle spese dei festeggiamenti per il Santo Patrono.
Il 12 giugno, nel giorno precedente la processione per le vie del paese, nel piazzale antistante la chiesa madre, avviene la tradizionale Benedizione dei carri.
Durante tutto il periodo dei festeggiamenti viene benedetto anche il “Pane di Sant’Antonio” che viene, giornalmente , distribuito a tutta la popolazione.
Il giorno 13 Giugno, la festa ha inizio già nelle prime ore della mattina, quando i carri e il pane vengono nuovamente benedetti, poi , prima della lunga processione, i carrieri, le loro famiglie e tutti gli ospiti, effettuano una lunga colazione a base di prodotti della Terra:frittate, pampanella, vino locale, rustici a base di formaggio, prodotti caseari, pane, salumi abbondano sulla tavola.
I carri poi prendono posizione in corso Umberto 1° e quando, alla fine della Messa, il simulacro del Santo esce da chiesa e viene portato in processione, i carri si avviano, precedendo la folla dei fedeli in preghiera.
Nella sfilata, con i carri, si ha un’esplosione di colori ma anche di suoni: all’interno dei carri, dei cantori, per lo più anziani, accompagnati da una fisarmonica, eseguono un antichissimo canto devozionale : “La carregna”. Come per le laudate o carresi di San Pardo a Larino e di San Leo a San Martino in Pensilis, nella Carregna di Santa Croce di Magliano è evidente la profonda religiosità e devozione per il Santo Patrono dei santacrocesi; inoltre, visto che le popolazioni del Basso Molise, tradizionalmente, avevano un’economia prevalentemente legata ai prodotti della Terra, non mancano nel canto frasi relative al ciclo della natura con la sottintesa richiesta di protezione da parte del Santo:
“ Nuvela, nuvelella de la marine
Dove la voje scarecà questa tempeste
La voglie scarecà tra maggio e bbrile
Quanne sbocce u hiore de la primavera”
Al passaggio del Santo in processione, in molti quartieri, i cittadini festeggiano Sant’Antonio da Padova con tradizionali fuochi d’artificio.
Alla fine della Processione i carri si dispongono allineati davanti la chiesa e tra lo scampanio dei campanacci e le rituali preghiere, il Santo rientra, tra gli applausi della gente, nell’edificio religioso.
Dopo la processione, i carrieri e tutti gli invitati consumano un lauto pranzo e , nel tardo pomeriggio la festa continua con l’asta in Piazza MARCONI
Quest’anno l’asta è stata realizzata grazie al carro della famiglia TORZILLO.
Giuseppe IAMMARINO in modo divertente e popolare ha messo all’asta tutto quanto è stato raccolto: la popolazione ha partecipato divertita e molti si sono sfidati a colpi di rilanci per aggiudicarsi polli, formaggi ..., con la forte motivazione che il ricavato va comunque utilizzato per la realizzazione della festa per il Santo Patrono. Durante l’asta, i Cantori della Memoria insieme a Nicolangelo Licursi, hanno eseguito brani di musica popolare intrattenendo piacevolmente tutto il pubblico.
La festa è continuata la sera con uno spettacolo musicale ed è stata chiusa dal tradizionale fuoco d’artificio, ben descritto da Don Raffaele Capriglione nella sua poesia “ U Spare”:
“ ...va pell’arie u fulcherone
Che nu fische essaje strillente
Come e serpa relucente........
E te cacce tanta stelle
Tanta ricce e serpetelle
Gialle , rosce e nnargentate
Tutte d’ore e spalejate...”
Per la cronaca, i carri che hanno sfilato, quest’anno, in processione sono stati tredici e appartengono alle seguenti famiglie:
Carro Grassi Antonio ( dal 2004)
Carro Del Colle/Mancini dal 1994
Carro Calndrella Tommaso ( dal 2001)
Carro Camillo Angelo( Dal 2021)
Carro Torzillo Vincenzo ( dal 2001)
Foschini –Mascia ( dal 1982)
Giovani Santacrocesi ( dal 2007)
Sebastiano Giuseppe ( dal 2009)
Ciavarra Michelangelo( dal 1995)
Di Paola Erminio ( dal 2009)
Vincesco Cosco ( dal 1975)
Mascia Adamo ( dal 1999)
Carro Carnevale Giacomo ( dal 2000)
Nei carri che hanno sfilato in processione hanno cantato e suonato la carregna:
Cantori: Martino Giuseppe, Mascia Donato, Torzillo Emidio, Iammarino Giuseppe,
Arcano Donato, Mascia Luigi, Minotti Antonio, Coscia Michele
Fisarmonicisti: Martino Antonio, Mascia Adamo, Foschini Carlo, Quiquero Giuseppe, Ciavarra Dino, Ciancia Pietro.
A tutti loro e al comitato della festa va il ringraziamento dell’Ecomuseo Itinerari Frentani( www.itinerarifrentani.it) : arrivederci al prossimo anno!
di MARCELLO PASTORINI
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