La musica popolare di estrazione orale, nell’area degli Itinerari Frentani, segue alcune linee madri.

La presenza dei tratturi, e delle attività ad essi legati, trovano riscontro anche nella cultura musicale popolare. Tra i canti più emblematici, Bellë se vojë mënì, pure noto come L’acquë da funtanellë, è diffuso in tutto il territorio del Medio e Basso Molise ma è altrettanto conosciuto nell’Alta Puglia. L’influenza dei tratturi è altrettanto riscontrabile nelle tarantelle, alcune delle quali, specialmente quelle in uso tra Colletorto e Santa Croce di Magliano, mostrano una parentela strettissima con le tarantelle dell’area garganica.

Parte cospicua del repertorio musicale popolare è costituito dai canti para-liturgici che accompagnano i riti, sacri e profani, sparsi per tutto l’anno.

Tra i più rilevanti, I tènije è il canto devozionale in onore della Beata Vergine, su testo liturgico delle Litanie. Espressione di un imponente e  radicato rito collettivo itinerante, si esegue davanti agli altari votivi in onore di San Giuseppe, la sera del 18 marzo, a Casacalenda.

Sempre legato al culto di San Giuseppe, il Maichəntò è il canto delle ‘Tavole’, il 19 marzo a Bonefro. In origine era un canto da ballo presente a Santa Croce di Magliano, scandiva un danza in circolo intorno ai falò, marauàšcə. Il ritornello, misterioso, ne fa  un oggetto culturale rilevante:Majechentò semmuraine e Majechentò”. Secondo A.M. Cirese i versi “Marauasce, maichentò, maichentò, e muraine maichentò” mostrano una spiccata somiglianza fonetica con un frammento di canto albanese, “mirëm vesh, mirëm vesh, mir kendò, zëmbra jime

”. Questo è uno di quei casi scaturito dal processo di latinizzazione che la lingua arbëreshë ha subito in quest’area, come per la toponomastica e per i cognomi; Santa Croce è stata una colonia arbëreshë.

Di notevole importanza per modalità di esecuzione e per il tipo di vocalità richiesta sono la Laudate di Larino e la Carrese di San Martino legate, rispettivamente, ai carri di san Pardo (25-27 maggio) e di san Leo (29 aprile-2 maggio); da rilevare che la Carrese di San Martino era accompagnata dalla chitarra battente, oggi in disuso.

Affine alle due Carresi troviamo a Santa Croce di Magliano, la Càrregnə, il canto eseguito il pomeriggio del 12 e la mattina del 13 giugno sui carri in onore di sant’Antonio di Padova. Custodisce tra le sue “girate” elementi di canto Bizantino diffuso a Santa Croce di Magliano dalle comunità arbëreshë attraverso il culto greco-ortodosso, celebrato fino al 1727, nella chiesa greca ancora esistente. Rispetto alla Laudata di Larino e  di San Martino è molto più complesso e organizzato; il paesaggio sonoro della Carrégnə, nel quale ci si può immergere durante la processione di sant’Antonio non ha eguali.

Sempre di matrice para-liturgica sono da ricordare i canti in onore di san Michele Arcangelo, culto osservato in tutta l’area.

Naturalmente, tracce della cultura musicale arbëreshë sono presenti nei comuni di Montecilfone, Portocannone e Ururi.

Ruolo vitale svolgono, poi, gli strumenti musicali. Tipico strumento dell’area è il bufù. Dal suono cupo, è un tamburo monopelle a frizione indiretta, ricavato da una botte sul cui apice, aperto, si applica una tela che, a sua volta, sorregge al centro una canna di fiume.

A Casacalenda il bufù possiede un duplice significato: indica sia il tamburo che il gruppo musicale che utilizza il bufù. “Fare il bufù” significa proprio organizzare una “squadra” di bufù. Per cercare di afferrare cosa il bufù rappresenti per la comunità calendina bisogna assistere alla festa capodanno. Le numerose squadre dei bufù girano per il paese tutta la notte del 31 dicembre fino al mattino seguente. Suonare o cantare davanti agli usci è un modo per bussare alle porte e chiedere da mangiare e bere. Lo spettacolo itinerante si protrae fino a notte fonda. Le squadre interrompono il loro giro festoso solo per poche ore: la mattina del primo gennaio si incontrano nella piazza centrale  del paese e suonano a turno i loro repertori. Storicamente, ha rappresentato un vero rito di iniziazione. Esclusiva prerogativa maschile, si cominciava da ragazzini assolvendo al compito dell’acquaiole, l’addetto al trasporto dei recipienti d’acqua che provvedeva pure a bagnare le pelli di capra. Testimone delle trasformazioni socio culturali, il bufù non è più un affare da contadini e neppure più da maschi. Molte ragazze partecipano attivamente da musiciste nelle squadre. Alla pratica del bufù sono legati una serie di strumenti che vanno dai tradizionali organetti e fisarmoniche, alle percussioni locali (acciarino,  campanaccio, raganella, tamburelli), fino a quelle provenienti da altre culture (tammorre, darabukka, djembe).

Da rimarcare una curiosità: a Santa Croce di Magliano il bufù è un tubo insuflatore ricavato da una zucca essiccata che produce un effetto omofono a quello del tamburo, lo chiamano “bufù a fiato”.

La tradizione degli strumenti cosi come quella delle forme e dei repertori è in continua trasformazione a testimoniare che la musica popolare nell’area degli Itinerari Frentani è un’espressione complessa, viva e molto partecipata.